giovedì 11 settembre 2008

Quella sera

9 settembre 1456
Per la cena di quella sera aveva preparato un pasto un po' più abbondante e sostanzioso per compensare la colazione frettolosa e il pranzo leggero che supponeva Cicuta avesse consumato mentre, ne era quasi sicura, rileggeva gli appunti presi al lezione del mattino.
La porta sulla via era aperta così riconobbe il passo familiare avvicinarsi a casa.
Gli andò incontro sull'uscio, curiosa di sapere come fosse andata la sua prima giornata in università e per accoglierlo con un abbraccio, ma fu costretta a trattenersi, poichè questa volta le tracce del suo passaggio alla stalla erano un po' più evidenti e "odorose".
Sul volto dell'amato un misto di emozioni: il sorriso per la gioia di essere a casa, le braccia aperte e le spalle un po' sollevate come a significare che era stato "costretto" a passare alla stalla, lo sguardo fintamente imbarazzato di un cucciolo che, consapevole di aver fatto una marachella chiede perdono per il semplice fatto di essere un cucciolo...
Provò per un attimo a mantenersi seria, ben sapendo in cuor suo che comunque sarebbe stata solo una finzione, e che mai sarebbe potuta essere in collera col suo amato, soprattutto per una sciocchezza poi, ma già le labbra si increspavano in un sorriso...
...non aveva mai saputo resistere ai cuccioli!
Così gli gettò le braccia al collo in un abbraccio, e, chiudendo la porta alle sue spalle pensò che forse prima di cena sarebbe stato meglio preparare un bel bagno...chissà se la tinozza era grande abbastanza?

Primo giorno di scuola

9 settembre 1456
Quel mattino aveva sentito un po' più di tramestio giù in cucina, nonostante avesse cercato di non far rumore, l'emozione per il primo giorno di lezione doveva averlo reso un po' nervoso ed impacciato.
Per nessun motivo avrebbe rinunciato ad augurargli il buongiorno, così, mentre scendeva dalle scale lo sorprese alle spalle - ”Mio signore, buongiorno...”
- “Mia signora ... buongiorno ... già alzata ? ... vi ho lasciato del fresco latte sul tavolo...”
Non potè trattenere un sorriso, notando che si era messo il vestito buono e aveva cercato di domare un po' la chioma ribelle, e sembrava quasi
che l'essere stato "scoperto" lo imbarazzasse un po'.
Ma il suo lieve rossore lo rendeva ancora più tenero ai suoi occhi e si accorse, un giorno in più, di quanto forte fosse il sentimento che provava per lui.
Poi però, si accorse una piccola imperfezione, che cercò di fargli notare senza aumentare il suo imbarazzo, e pur tuttavia non potendo non sorridere.
- “Pensavate forse che non vi salutassi oggi ? E' giorno per voi importante ... vedo che vi siete riassettato un po', avete fatto bene ... e ditemi avete pensato a tutto giù in stalla?”.
Mentre ascoltava, inutile negarlo, divertita, la risposta balbettante del suo amato, non potè non pensare che in fondo, un po' tutti gli uomini si assomigliano.
Lo aveva già constatato con suo padre e suo fratello, che prima indossavano il vestito buono e poi inspiegabilmente venivano attratti da un qualche lavoro "urgentissimo" che inevitavilmente finiva per lasciare qualche traccia, spesso indelebile, sul tessuto.
In questo caso, per fortuna, niente di così definitivo, solo le scarpe recavano tracce del suo passaggio nella stalla, e un po' di acqua alla fonte avrebbe cancellato il ricordo della Bianchina.
Quindi, prima che uscisse, gli posò un bacio delicato sulle labbra, sussurrandogli un augurio per la giornata.
Restò sull'uscio ad osservarlo mentre con passo svelto si dirigeva all'università, poi rientrò in casa per svolgere i suoi compiti.

domenica 7 settembre 2008

Di pranzi, di feste, di boschi e taverne

7 settembre 1456
Molto era succecco in quei due giorni in cui era tornata finalmente a casa, ma poco di tutto ciò può giungere ad orecchie estranee.
Ma una cosa poteva dirla: il suo signore si apprestava ad intraprendere gli studi nella via dello stato, e, pur avendo già potuto iniziare pochi giorni dopo la sua partenza per il ritiro, aveva invece atteso il suo ritorno, per condividere con lei anche quel nuovo successo.

Così, poichè per carattere era piuttosto schivo e riservato, pensò per buona parte della notte se fosse opportuno organizzare almeno un rinfresco per festeggiare l'inizio degli studi per i quali la sera precedente aveva fatto richiesta presso il consigliere del principe.
Si risolse per un doppio festeggiamento, il primo dei quali sarebbe stato strettamente privato.
Così, quella mattina, approfittando del fatto che lui si era recato alla stalla ad accudire gli animali, preparò un delizioso pranzetto con i migliori ingredienti reperiti al mercato e insaporito con gli aromi dell'orto, mettendo nella preparazione ancora maggior cura ed attenzione del solito.
Di ritorno dal mercato, nel frattempo, era passata in taverna dalla cugina per chiedere il suo aiuto nell'allestire un brindisi per quella sera per festeggiare il suo amato...la cugina era molto brava ad organizzare questo tipo di eventi.
Quindi, finito di cucinare, ripose tutto in un piccolo canestro di vimini, vi aggiunse una bottiglia di vino che teneva in serbo per le grandi occasioni, e prese una vecchia coperta dal baule.
Uscì di casa andandogli incontro alla stalla, e presolo sottobraccio, sorridendo, gli disse - Oggi vi porto a pranzo fuori!-
Non lo condusse nella direzione del frutteto (si diceva che fosse troppo "frequentato"), ma piuttosto andarono verso il bosco, dove sapeva esserci una piccola radura lontano da sguardi curiosi e indiscreti.
Avrebbe pensato più tardi a come convincerlo a passare in tavena per la piccola festa a sorpresa.
Così,in una tiepida domenica di fine estate imboccarono un piccolo sentiero e il verde fogliame, come un sipario, li celò al resto del mondo per buona parte del giorno.

Richiamo di casa

5 settembre 1456
Era ora di tornare a casa.
Ormai erano giorni che non riusciva più a prestare la giusta attenzione ai lavori che svolgeva al convento, e ancor meno agli insegnamenti che la suora erborista le stava impartendo.
Anche in quel momento sentiva solo a tratti la voce gentile dell'anziana monaca che con pazienza la stava istruendo "...che va applicato in forma di cataplasma....ma, bambina mia, mi stai ascoltando?"
"Perdonatemi sorella, ho la testa altrove" rispose arrossendo leggermente, in parte per non aver effettivamente ascoltato quello che le veniva detto, ma ancor più se ammetteva quali erano i pensieri che la distraevano, "credo che sia giunto il momento che io torni a casa".
Così abbracciò con sincero affetto la sua maestra di quei giorni, raccolse le sue poche cose, e dopo essersi recata a ringraziare la madre superiora per l'ospitalità ricevuta, uscì dal convento per tornare alla sua dimora e dal suo amato.
Aspettò giusto il tempo di essere fuori vista dell'arcigna suora portinaia, poi, senza pensarci troppo, si sollevò le sottane fino al ginocchio e iniziò a correre giù per l'erto pendio in direzione del borgo, incurante del fatto che quacuno potesse vederla.
Si ricompose solo in prossimità delle prime case, rinfrescandosi il viso al lavatoio alle porte della città e lisciando alla bene meglio le pieghe della gonna un po' sgualcita.
Era così emozionata che quasi le mancava il respiro, si sentiva avvampare il viso al pensiero di rivederlo, come fosse la prima volta e,appena consapevole del brulichio che animava i vicoli, scansava le persone che incontrava sulla via senza realmente vederle.
Presto sarebbe anche passata a salutare gli amici e la cugina alla taverna, ma ora la sua meta era una e una soltanto.
Camminò a passo spedito verso il quartiere degli artigiani sapendo che a qell'ora lo avrebbe sicuramente trovato lì.
Arrivata di fronte alla bottega si specchiò nella vetrina per controllare di essere in ordine e per calmare un po' il battito del suo cuore che le martellava all'impazzata nel petto, e non certo per la corsa, quindi sospinse la porta facendone tintinnare la campanella attaccata ed entrò sorridendo.
"Mio signore....."
...
Attese, col fiato corto e le gambe che quasi non la sorreggevano.
Sentì che il lavoro sul retro si interrompeva, e poteva immaginare il sorriso che si faceva strada su quel volto che aveva avuto impresso negli occhi e nel cuore per tutto il lungo mese di lontananza.
Era così dolce l'attesa di sentire di nuovo il suono della sua voce che provò quasi un senso di vertiggine, gli attimi sembravano eterni, dolorosamente, magnificamante eterni.
- “Mia signora ... bentornata" -.... le salirono lacrime di gioia agli occhi....mentre il cuore che le martellava nelle orecchie le fece perdere il resto della frase..... ma nulla aveva importanza, se non il fatto di essere di nuovo lì, e si gettò tra le sua braccia, cercando un bacio a cui nessuno dei due avrebbe detto "basta".

giovedì 4 settembre 2008

Notte

23 agosto 1456
Quella notte il convento era più silenzioso del solito.
Nella sue attese notturne aveva imparato a percepire il respiro di quei muri e la vita che racchiudevano.
Era seduta nel vano della finestra della sua cella, piccolo occhio sul cielo stellato, che le permetteva di vederla arrivare, ogni sera, da che era entrata in ritiro.
Anche quella notte lei era lì ad attenderla.
E la luna arrivò.
Dapprima il solo chiarore, poi il suo viso silenzioso e pallido comparve nel riquadro delimitato della finestra.
E come ogni volta la riportava da lui.
Restava a fissarla e ad ascoltarla finchè non scompariva dalla sua vista, e oltre.
Le affidava tutte le parole destinate al suo amato.
Poi un bacio della buonanotte, quindi si coricava, un giorno in meno di attesa, un giorno più vicina al momento in cui avrebbe potuto riabbracciarlo.

martedì 5 agosto 2008

Bianca luna


6 agosto 1456
Si svegliò nel cuore della notte.
Tutto era silenzio e immobilità.
Cercando di non fare rumore, si alzò piano del letto e scese in cucina, attenta che lo scricchiolio degli scalini non tradisse i suoi passi.
Aveva sete, ma non era stato quello a svegliarla, quanto piuttosto il richiamo ancestrale della luna, pallido lume,eppure faro nella notte, capace, con discrezione, di render nitidi i contorni del mondo.
Uscì sul retro della casa e lei era lì, come l'attendesse, muta compagna dei giorni a venire, piccola falce dipinta nel cielo, squarcio di luce argentea nel manto blu delle notte.
Un mese.
Un intero ciclo dell'astro a lei caro e il cui marchio portava impresso sulla spalla, sarebbe passato prima di rivederlo.
Eppure, anche nella distanza fisica, niente li avrebbe allontanati l'uno dall'altro.
La solidità del loro sentimento non sarebbe stata scalfita da quel periodo di separazione.
Lo sapeva, eppure un velo di tristezza le passò per un attimo davanti agli occhi, subito scacciato dal pensiero che l'attesa del ritorno
avrebbe amplificato la gioia del ritrovarsi ancora e sempre insieme.
Ogni notte avrebbe lasciato il suo messaggio alla luna, sorridendole come al volto dell'amato, sicura che, come dall'altro lato di uno specchio,il suo signore avrebbe fatto lo stesso. A lei, culla dei loro sogni, avrebbero affidato i loro sguardi, i loro sussurri, i loro desideri.
Mormorò un'ultima preghiera alla silenziosa signora della notte, poi si voltò per tornare nel tenero abbraccio che l'attendeva al piano di sopra.

martedì 29 luglio 2008

Temporale estivo

29 luglio 1456
Il temporale era passato.
Era iniziato in modo sommesso, un cupo brontolio, quasi timoroso di ciò che stava per accadere.
Le nubi si erano rapidamente incupite, assembrandosi veloci.
Poi i lampi: bagliori repentini a preannunciare lo sfogo.
Quindi i tuoni: roboanti e violenti,quasi che il cielo sgridasse la terra.
E infine la pioggia: un attimo prima grosse goccie sporadiche, pianto trattenuto a stento, e improvviso, lo scroscio, sfogo imperioso di potenza celeste.
Pochi minuti.
Un raggio di sole aveva squarciato le nubi,che leste si erano diradate su di un morbido tramonto
che languidamente arrossava ogni cosa.
Ronaele uscì nel piccolo orto a terrazza dietro casa che si affacciava sulle colline toscane.
Dal suolo odore di terra bagnata, nell'aria il cinguettio degli uccelli che, dopo essersi rifugiati,
tornavano a librarsi nel cielo.
Sorridendo osservava lo spettacolo della natura, magnifica rappresentazione della perfezione del creato, la pioggia al pari utile del sole, similmente alla vita, quando il pianto compensa i momenti di gioia, perchè essa sia apprezzata.
Per vedere l'arcobaleno è necessaria la pioggia

lunedì 28 luglio 2008

Malinconie

28 luglio 1456 http://intlforum.renaissancekingdoms.com/viewtopic.php?t=82425&sid=870d951d955caef658b5d60ac7578fda
Lo vide, seduto su di una roccia.
E, in silenzio, semplicemente, si sedette vicino a lui.
Fissava un punto indefinito all'orizzonte.
Lo sguardo di lei andò semplicemente, nella stessa direzione.
Cercò la sua mano e restò così, semplicemente.

martedì 22 luglio 2008

Nel suo abbraccio

Aprì gli occhi.
Era di nuovo notte, ma era a casa, nel suo letto.
Anche senza girarsi poteva sentire il respiro profondo e regolare del suo amato, che dormiva accanto a lei.
Dunque aveva sognato. Le sue più profonde paura avevano generato quel sogno, o meglio, quell'incubo.
Aspettò qualche attimo che il ritmo del cuore tornasse regolare, poi si girò lentamente, non voleva svegliarlo, e stette per un po' ad osservarlo.
Seguì con lo sguardo i lineamenti del volto, i tratti distesi nel sonno ristoratore, la piega della bocca accennava un sorriso.
L'incavo del collo sembrava fatto apposta per attirare i suoi baci, adorava affondarvi il viso, respirare il suo odore, inebriarsi del suo profumo.
Scese sulla spalla robusta e abbronzata, su cui era solita posare il capo ogno notte, per addormentarsi cullata dal battito del suo cuore.
Lui era lì, come aveva sempre promesso.
Come aveva potuto, anche solo in sogno, dubitare di ciò?
come aveva potuto essere così sciocca?
Era lì per lei e con lei.
Si avvicinò leggera e sussurrò in un soffio al suo orecchio due parole, che sapeva sarebbero arrivate direttamente al cuore e che solo lui poteva sentire.
"Grazie" mormorò ancora a fior di labbra, mentre già si rannicchiava vicino, lasciando che il suo braccio, protettivo anche nel sonno, la cingesse e l'attirasse a lui.
Ora poteva riaddormentarsi, sicura che gli incubi non sarebbero tornati.

L'incubo

E il sogno arrivò, anche se non era proprio quello che averebbe desiderato.
Era di nuovo al vecchio ulivo. Il volto pallido della luna si rifletteva in miriadi di pagliuzze argentate sul mare appena increspato, una leggera brezza giocava tra le fronde. Le era familiare quel luogo, a cui legava ricordi felici e meravigliosi, momenti che avevano cambiato il corso della sua vita.
Si guardò intorno,non poteva essere sola, lui doveva essere lì.
Con la coda dell'occhio colse un movimento che sfuggiva, nascondersi dietro il rugoso tronco.
Sorrise.
Un gioco.
Girò dall'altra parte , sicura di trovarlo, pronta a lascirsi andare tra le sue braccia, ma non lo vide.
Ecco, il movimento ora era un po' più in là.
Fece qualche passo per raggiungerlo, ma anche questa volta, niente.
Ogni volta che volgeva lo sguardo le pareva di scorgerlo, che fosse lui, invece tutte le volte si ritrovava sola.
Ad un tratto una nuvola minacciosa oscurò la luce della luna, all'improvviso ogni rumore tacque, tutto era immobile, anche la brezza dal mare non soffiava più.
Iniziò ad avere paura.
"Mio signore, vi prego, fatevi vedere, non vi trovo"-volgeva lo sguardo per ogni dove, affannata- "non mi piace più questo gioco, mi state spaventando".
Doveva essere lì, non poteva essere sola, glielo aveva promesso, non l'avrebbe mai lasciata.
Il cuore accelerò i battiti, ormai lo cercava dovunque, quasi che un filo d'erba, un sasso, potessero nascondelo.
Una lacrima, poi un'altra ancora " Aiuto, mio signore, dove siete?"

domenica 20 luglio 2008

Quella mattina

19 luglio 1456
Lo aveva sentito alzarzi, come ogni mattina, poco dopo essersi finalmente coricata. Ad occhi chiusi aveva risposto con un lieve mugolio e un sorriso ai teneri gesti con cui ogni volta le augurava il buongiorno prima di recarsi al lavoro.
Eppure quel giorno, allungando la mano nella metà vuota del letto, sperò di averlo solo immaginato, poichè, svegliandosi, provò un senso di solitudine che non riusciva ad allontanare.
Per un breve, lungo attimo, odiò il lavoro al forno, che con tanta passione svolgeva, ma che la obbligava a restar fuori buona parte della notte,rubandole momenti preziosi e insostituibili.
Da quando erano giunti a Montepulciano, così pochi momenti liberi avevano avuto, così pochi momenti in cui esser solo loro due.
Le mancavano le lunghe chiacchierate alla sera, di fronte al focolare, gli attimi durante il giorno rubati al lavoro o al pranzo,non avevano neanche più un loro posto "segreto" in cui darsi appuntamento per essere semplicemnte loro due, uno per l'altro.
Si spostò sull'altro lato del letto per assaporare e rubare il suo odore dal cuscino, ed improvvisamnte, calde lacrime iniziarono a sgorgare dai suoi occhi, rotolando lente sul suo viso.
Non provò a fermarle, era un pianto silenzioso, senza singhiozzi, quasi una pioggia d'autunno, nata come a lavare il suo cuore e i suoi occhi.
Restò per lungo tempo così, abbracciata al cuscino, semplicemente aspettando che si esaurisse da solo, e assaporando la spossatezza che sempre sopraggiunge dopo un lungo pianto.
E se anche per un attimo pensò ai lavori da fare, alle pecore da accudire, al pane da consegnare in taverna, tutto svanì, sostituito nuovamente dal sonno che le impose di chiudere ancora una volta gli occhi, gonfi di pianto, piccole lacrime, come diamanti, imprigionate tra le ciglia.
Forse, almeno, lo avrebbe sognato.

lunedì 14 luglio 2008

Nubi passeggere

Quando non erano assieme i suoi occhi lo cercavano sempre, e anche quella mattina lo scorse in lontananza mentre si recava alla stalla delle sue mucche.
E capì semplicemente dalla sua andatura che quello era uno dei giorni in cui una fatalistica malinconia lo coglieva, spingendolo a cercare la quiete della solitudine, dove i suoi pensieri potevano vagare liberi.
Avevemo parecchi modi per comunicare: parlavano molto, rubando qual e là attimi dal molto lavoro o alla sera nella tranquillità della dimora, ma anche con un semplice sguardo, un sorriso, o il silenzio sapevano rivelarsi tante cose.
E nei silenzi, che solo di rado faceva fatica ad accettare, potevano racchiudere momenti lieti o temporanei rabbuiamenti, ma mai mancavano di capirsi.
Da questi pensieri la sua mente la portò a pensare che invece non lo aveva mai visto piangere in sua presenza, mentre per contro tante lacrime aveva versato lei, sempre dolcemente asciugate da quelle forti mani che sapevano essere lievi come una piuma, le sua preoccupazzioni cancellate dalla calma che sempre emanavano le sue parole.
Stava già pensando di lasciarlo solo come sembrava desiderare, quando invece decise di ascoltare le sue sensazioni, e senza indugio si diresse alla stalla nella speranza di cancellare con la dolcezza di un abbraccio le nubi che oscuravano il volto e l'animo del suo amato.

sabato 12 luglio 2008

Novità in città


Da qualche giorno il borgo era in fermento e si respirava un aria di allegria.
La cugina Kikka aveva indetto un concorso per decretare i due abitanti più meritevoli della città, o per meglio dire, Ronaele lo aveva inteso tale.
In effetti era qualcosa di meno elevato, era più un gioco scherzoso per stabilire la dama e il cavaliere più belli di Montepulciano.
Lei inizialmente era stata un po' restia a partecipare a tale evento, ma poi in effetti si era decisa.
Che male poteva esserci nel portare un po' di allegria dopo molto giorni di tensione e polemica.
Così infine si era iscritta.
Aveva scelto con cura l'abito da indossare (non che avesse molto da scegliere, il suo guardaroba non era molto fornito, ma con un po' di ingenio e buon gusto era riuscita a modificare un abito che non metteva invero da un po' di tempo), si era pettinata con pazienza e si era recata alla "sfilata".
Era un po' in imbarazzo a camminare sulla passerella, mentre decine di occhi si puntavano su di lei, e il suo incedere inizialmente era un po' incerto.
Poi aveva preso un po' di coraggio ed ora la cosa non le dispiaceva troppo, anche se la timidezza era chiaramente visibile del colorito roseo che le imporporava la gote.
Non partecipava certo per il premio, ma per essere presente alla vita del borgo, così finita la sfilata, tornò a casa, ripose con cura l'abito nel baule e ritornò serena alla vita di tutti i giorni.
Il verdetto si sarebbe fatto attendere, ma la cosa non la preoccupava neanche un po'.

domenica 29 giugno 2008

Ora basta

29 giugno 1456
Le elezioni si erano concluse, con la riconferma del sindaco già in carica.
Ora si augurava solo che gli animi si placassero un po' e si ritornasse al clima sereno in cui le serate in taverna erano fonte di svago e di allegria.
La giornata invero era trascorsa senza guerriglie interne e piccole frecciatine.
Ma la cosa che più la faceva felice erano i momenti che poteva trascorrere con Cicuta, momenti che negli ultimi giorni erano stati funestati dalle tensioni percepibili in città.
Non che tra di loro avessero mai da discutere, ma vi era una sorta di nervosismo palpabile nell'aria che sembrava impedire sereni rapporti tra tutti.
La sua gioia era si grande invece, quando tornando a casa dopo la notte al forno, veniva accolta da un tenero abbraccio che mai le veniva negato.
Proprio quella notte le erano passati per la mente alcuni pensieri, riflessioni che la mente fa mentre le braccia sono occupate al lavoro.
Cercare di metter tutti daccordo era cosa ardua, e spesso, nel tentativo di placare un animo, o di consolarne un altro aveva, invero involontariamente, ferito la persona con cui divideva il suo cammino.
Spesso, per cercar di compiacere gli "estranei" diamo per scontato l'amore che abbiamo, credendo che ogni nostra azione sarà capita solo perchè vi è un sentimento profondo.
Mai smettere di parlare, di comunicare, si augurava di aver capito la lezione.

Ascolta la notte

28 giugno 1456
Le ombre pigramente si allungano, la sera cede il passo alla notte.
Tutto intorno il borgo si placa, la quiete diventa silenzio.
La porta è aperta sulla notte.
Di notte anche i piccoli rumori si sentono, quelli che di giorno vanno
persi nel tramestio che anima la città.
Così lei può sentire.
Ecco, là un cane abbaia alla luna, più vicino un bimbo piange, e si
ode un canto sommesso ad allontanare i suoi incubi.
Nell'aria profumi.
Erba tagliata e fiori di campo, si mescolano a fragranze di pane.
Il forno si arrossa di braci incandescenti e le sue mani impastano,
il pane prende forma, dove prima vi erano solo farina e acqua.
Quando gli altri dormono,lei lavora.
La notte le piace, non occorre parlare, solo ascoltare.
Ascolta i rumori, ascolta i silenzi, ascolta il vento, ascolta il suo cuore,
ascolta il respiro di un uomo, del suo uomo.
Ormai albeggia, si corica senza far rumore, la pelle odora di farina, e si lascia cullare dal ritmo cadenzato del respiro dell'uomo.
Presto lui si alzerà, così cerca il calore del suo abbraccio, che non manca mai di accoglierla al suo arrivo, anche se pare dormire.
Lei invece ancora non dorme,la notte scolora, ascolta sussuri, ascolta profumi.

venerdì 27 giugno 2008

Le imminenti elezioni

27 giugno 1456
Il suo forno stava procedendo bene, aveva venduto la prima infornata alla cugina per la sua taverna, e aveva deciso di produrre, come sua specialità, i biscotti di meliga di cui era golosa sin da bambina.
Nel frattempo il borgo era in subbuglio per le imminenti elezioni del nuovo sindaco e fazioni di ambo le parti si scontravano più o meno apertamente, oltre che onestamente.
A dire il vero una della due fazioni era più agguerrita, forse perchè in fondo non aveva la coscienza troppo pulita, e cercava, buttendo fumo negli occhi, di ottenere una ragione che invero non le spettava troppo.
Non che la prima amministrazione di Montepulciano si potesse considerare un totale fallimento, questo proprio no, ma molto punti sarebbero stati da rivedere, se solo qualcuno avesse avuto un briciolo di umiltà da ammetterlo, cercando magari anche i consigli di chi in quel campo era già un po' più esperto.
Ancora un paio di giorni e si sarebbero avuti i risultati definitivi, anche se per il momento sembrava che un nuovo sindaco si sarebbe insediato in munucipio.
Se così fosse stato, era già stata avvisata che i suoi consigli (frutto solo di buon cuore e per nulla di esperienza, era la prima ad ammetterlo) sarebbero stati preziosi e ben graditi, al punto che le era stato persino proprosto un posto come consigliera personale. E la cosa l apreoccupava non poco, in parte per timore di non essere all'altezza, ma soprattutto per la reazione che avrebbe potuto avere Cicuta, che nella sua tenerezza, non nascondeva un pizzico di gelosia, legata di sicuro al suo timore di perderla.
Ma questa è un'altra storia. Una storia di ferite passate, di silenzi e di segreti ancora celati nell'animo di quel tenero ma tenebroso uomo che le aveva rapito il cuore.

mercoledì 25 giugno 2008

Panetteria "La Briciola"


Erano stati giorni di grandi preparativi.
Tutto era iniziato un mattino, quando, aggirandosi come suo solito nel borgo, aveva scoperto un nuovo "tesoro".
Un piccolo, vecchio e un po' malconcio forno.
Se ne era subito innamorata, così in breve tempo era riuscita ad acquistalo, col desiderio di rimetterlo in funzione quanto prima.
Perciò ogni minuto libero da altri lavori lo trascorreva lì, pulendo, rassettanto, riordinando, mentre l'instacabile mastro Cicuta riparva scaffali, serramenti e quant'altro fosse da aggiustare.
E finalmente quel giorno tutto era pronto: le scorte di farina e legna sistemate nel retro, le scansie pulite e pronte ad accogliere i pani fragranti, le braci arrossate a riscaldare il forno.
Stava osservando orgogliosa tutto questo, quando si sentì cingere i fianchi da due robuste braccia, mentre una voce, al cui semlice suono vibrava, le sussurrava all'orecchio :" Mia signora, ho una sospresa per voi, chiudete gli occhi".
Obbedì sorridendo e si lasciò condurre fuori, e quando ne ebbe il permesso sollevò lo sguardo su....

..." Mio signore, è bellissima! quando l'avete fatta?immagino in questi giorni che io ero in ritiro? Ma tutto il lavoro che avete, siete riuscito anche a trovare il tempo per questo....io sono senza parole"
Così dicendo si voltò per sfiorare le sua labbra di un tenero bacio, che ringraziamento migliore non avrebbe trovato.
Poi accortasi di esser sulla pubblica via, arrossì leggermente, senza però riuscire a celare completamente un sorriso sbarazzino, per poi tornare all'interno del locale per assicurarsi un'ultima volta che tutto fosse pronto per l'inaugurazione de "La Briciola".

I giorni del ritiro

21-24 giugno 1456
I preparativi per rimettere a posto la vecchia panetteria erano stati faticosi, se sommati ai lavori che già normalmente svolgeva. Inoltre era da un po' di tempo che aveve trascurato lo spirito, così decise di prendersi quattro giorni di pausa, per un breve ritiro spirituale presso le monache del vicino convento.
Ne sentiva la necessità, anche se era al contempo rattristata della temporanea separazione da Cicuta che questo avrebbe comportato.
Perciò nei giorni seguenti decise di scrivere alcuni brevi pensieri che gli avrebbe dato al suo ritorno.

Primo giorno-sabato
Nessun bacio, nessuna carezza stamattina ad invitarmi dolcemente ad aprire gli occhi sul nuovo giorno.
E per un lungo inteminabile attimo ho temuto che ciò che fino ad ora è stato fosse solo un meraglioso sogno, ma pur sempre solo un sogno.
Ho temuto,aprendo gli occhi che mi sarei ritrovata nella mia stanza nella casa dei miei genitori, e che tutto fosse stato frutto della mia fantasia.
Ma è bastato pensare a voi, alla vostra voce, ai vostri occhi, al vostro sorriso, alle vostre mani, perchè il cuore mi sobbalzasse nel petto, il respiro si accorciasse, confermando, senza alcun dubbio che è tutto reale.
Finalmente, con un sorriso, ho aperto gli occhi.

Secondo giorno- domenica
La mia mente non vi lascia mai.
In ogni cosa che faccio, anche quando dovrei concentrarmi sulla meditazione, spesso faccio fatica a restare concentrata.
Mi domando cosa stiate facendo, quali siano i vostri pensieri, immagino qualdo tornerò da voi.
I miei pensieri non vi lasciano mai.
Qui è tutto tranquillo, a volte anche troppo, il silanzio è rotto solo dalla preghiera, poche parole si spendono e niente più del necessario.
Mi mancano le lunghe chiacchierate con voi, alla sera dopo il duro lavoro.

Terzo giorno- lunedì
E' solo il terzo giorno senza di voi, eppure mi pare un'eternità.
Mi tengo occupata, aiuto le monache nei loro lavori, mi unisco alle loro preghiere, eppure spesso il mio sguardo è perso nel vuoto, e il sorrido permane sul mio volto.
Le monache si accorgo della mia distrazione, qualcuna, lo vedo mi guarda con un viso arcigno, scuotendo la testa, le più giovani sorridono timidamente, mentre vi è la monaca erborista, la più anziana del convento che mi sorride benevola.
Spesso mi siedo allora vicino a lei e la osservo con grande interesse mentre tritura le sue odorose erbe per i preparati medicacametosi.
Non occorro parole, lei sa. Si è fatta monaca dopo aver invero vissuto e colgo nel suo sguardo che deve aver vissuto un grande amore prima di ritirarsi qui.
Sono rapita dai suo gesti tranquilli, dalle sue conoscenze, mi piacerebbe apprendere da lei, credo che tornerò a trovarla, qualche volta.

Quarto giorno- martedì
Mio signore, questa sera, massimo domattina sarò a casa.
Sto aspettando il frate confessore, in convento si sente dire che dovrebbe arrivere entro sera, spero che sia così, perchè ho voglia di rivedervi, ho voglia di tornare nella nostra casa che tanto mi manca, ma mai quanto voi.
Mi siete mancato e mi mancate, torno a casa.

giovedì 19 giugno 2008

Per le vie del borgo (2)

Amava passeggiare per le vie del borgo, per scoprire ogni volta un angolo nascosto, un balcone fiorito, un vicolo stretto che si apriva inaspettamente su una piccola piazzetta contornata dalle case.
Altre volte invece le piaceva sedersi fuori dal suo uscio aspettando che fosse il borgo a scorrerle davanti agli occhi.
Anche se il vicolo non era molto largo era comunque un percorso abbastanza frequentato, così aveva modo di veder passare lì davanti vari concittadini, per i quali non mancava mai un cenno di saluto, se era un volto nuovo, o qualche amichevole scambio di convenevoli se erano amici o persone note.
Quel giorno era dunque seduta fuori casa, cuciva una nuova coperta per il loro accogliente letto, mentre Grisù giocava lì vicino, inseguendo farfalle e lucertole.
Nell'aria tiepida del pomeriggio, le mani laboriose, la mente libera da pensieri, lo sguardo che si alternava tra il suo lavoro in grembo e la strada, si domandò chi quel giorno sarebbe passato di lì.

Per le vie del borgo

Un altro giorno si era levato, un nuovo sole anche quel mattino iniziava ad illuminare le vie del borgo.
Il risveglio era uno dei momenti che più preferiva. Un sussurro, una carezza e la colazione che l'attendeva in cucina, fresco latte appena munto e un panino tiepido.
Sulla porta di casa lo salutava augurandogli una buona giornata, quindi era la volta dei lavori di casa o del giro al mercato.
Uscendo per la strada incontrava sempre qualche volto nuovo, ma più spesso visi conosciuti di amici con cui scambiarsi qualche confidenza e il buongiorno.
Quella mattina vide Ser Decio che usciva dal suo forno col pane per le taverne e il mercato, sull'uscio di casa lady Shabine che spazzava con buona lena, mentre da un vicolo laterale, sorreggendosi a vicenda e piuttosto bracollanti, sopraggiungevano messere Nartax e messer Peroni, che sicuramente tornavano da una notte di baldoria. Accennò un cenno nella loro direzione, dubitando tuttavia di essere notata, sorridendo tra sè pensando che per i due compagni di bevuta ogni occasione era valida per festeggiare, e domandandosi se anche ser Jackmarmotta avesse fatto parte della compagnia.
Sua cugina Kikka stava aprendo la taverna, e la salutò con un abbraccio, per poi continuare sulla via del mercato.
Sopraggiungeva in direzione opposta messer Palagienensis che eseguì un perfetto inchino in guisa di saluto e con il quale scambiò qualche considerazione in merito ad un'iniziativa che lo vedeva occupato in veste di assesore alle ludiche attività.
Quindi proseguì per la sua strada e si immerse nel vociare del mercato che il campanile batteva le nove.

La loro casa


La loro casa....una modesta, ma dignitosa piccola abitazione di due camere appena, che altro non serviva per assaporare la quiete e la tranquillità, dopo le lunghe giornate di lavoro.
La porta d'ingresso si apriva direttamente sull'ampia e luminosa cucina. Sulla destra il focolare, dove cucinare e che all'occorrenza riscaldava il locale, quando nella sua profonda bocca crepitavano gli odorosi ceppi.
Appesi da un lato cucchiai di legno e ramaioli e un vecchio paiolo in cui la zuppa sobbolliva, diffondendo il suo aroma.
Di fronte una cassapanca faceva da corona al lungo tavolo di quercia, levigato con cura e passato a stoppino per proteggerlo dai tarli.
Al centro del tavolo ingentiliva la stanza un boccale scompagnato che accoglieva fiori di campo.
Una credenza completava il semplice arredamento della stanza e conteneva le semplici stoviglie e custodiva,assieme ad alcune mensole, il cibo lontanto dalla portata dei pochi topi che sfuggivano al gatto di casa.
Per terra, lì vicino, qualche secchio per raccolgiere l'acqua e un grosso catino che all'occorrenza veniva usato per lavarsi.
Nell'angolo a sinistra una scala scricchiolante conduceva nell'unica altra stanza al piano di sopra.
Qui lo spazio era quasi del tutto occupato da un grosso e accogliente letto accostato alla parete, sul lato dove il tetto era più basso, e di quercia anch'esso, era stato costruito dalla stessa mano che aveva assemblato gli altri pochi mobili.
Il materasso era imbottito della soffice lana delle loro pecore, così come i cuscini, mentre un'allegra coperta colorata, ottenuta cucendo assieme ogni sorta di ritaglio di pezze, portava luce anche in quella stanza ricavata dal sottotetto.
Ai piedi del letto un vecchio baule conteneva i pochi abiti e una scatola in cui erano gelosamente conservate delle lettere legate assieme da un nastro.
Un'unica sedia su cui appoggiare i vestiti prima di coricarsi e un piccolo comodino che fungeva da appoggio per la candela che rischiarava i loro passi la sera erano tutto ciò che potesse contenere la stanza.
La luce del giorno entrava da 2 finestre, una si affacciava sul vicolo, mentre l'altra permetteva di osservare dall'altro il piccolo fazzoletto di terra sul retro della casa.
Questo era equamente suddiviso tra 2 razzolanti galline ed un piccolo orto, che curavano assieme nei momenti liberi.
Dall'altra finestra, sporgendosi appena, si poteva respirare il profumo della rosa rampicante che cresceva rigogliosa abbarbicata al muro, creando una macchia di colore per buona parte dell'anno.
Insomma, ai loro occhi quella era una reggia, e non sentivano la necessità di possedere altro, poichè, semplicemente possedevano l'uno il cuore dell'altro.

Vita a Montepulciano

Così ricominciarono tutto daccapo ancora una volta, ma a differenza del passato, ora affrontavano la situazione con spirito sereno e volti sorridenti
poichè insieme avevano deciso, ed insieme davano vita ad un nuovo inizio, la solitudine solo un brutto e lontano ricordo, ormai sbiadito dal tempo.
Insieme tutto era più semplice, più leggero. Ripreparare i campi, sistemare gli animali nella nuova stalla, aprire una nuova bottega anche qui, e tutto
aveva il sapore di una scoperta.
E poi la casa.
Ma con l'amore nel cuore l'unica diversità consisteva nel sistemare i loro pochi averi secondo gli spazi a disposizione
nella nuova dimora, null'altro in fondo vi era di diverso, poichè ormai era chiaro ad entrambi come la vera casa albergasse in loro.

La nuova patria

Erano arrivati quel pomeriggio, loro due, assieme.
Il primo impulso fu di entrare subito in taverna per salutare e incontrare gli amici giunti appena prima di loro
Abbracci festosi, sorrisi, sollievo per il buon esito del viaggio, nuovi arrivi, altri amici che si ricongiungevano.
Poi la stanchezza del viaggio aveva avuto la meglio e si erano congedati per raggiungere la loro nuova dimora.
Ora si aggiravano per la città con un piccolo foglietto in mano, su cui era segnata l'ubicazione della loro abitazione e della bottega che presto avrebbe riaperto i battenti.
Sui loro volti si leggeva la trepidazione e quel giusto grado di aspettativa, il gusto della scoperta insieme all'interrogativo più che legittimo sul loro futuro.
Sistemarono subito l'insegna delle bottega, la stessa insegna che aveva annunciato l'apertura della carpenteria a Chiavari.
Poi si diressero a casa.
E lì, chiusa la porta alle loro spalle, rimasero abbracciati per lungo tempo. Non occorrevano parole per descrivere l'emozione.
Loro erano le parole.

Un saluto a modo loro

24 maggio 2008
Tutto era pronto per la partenza.
I loro modesti averi accuratamente e ordinatamente sistemati sul carretto costruito dalla stesso Cicuta per l'occasione.
Erano pronti a partire, ma mancava un'ultima cosa: il loro saluto.
Si presero per mano e si diressero al vecchio ulivo.
Lunga la strada, osservando tutto per un'ultima volta come a volersi imprimare nella memoria ogni sasso, quasi non parlarono, ognuno assorto nel silenzioso saluto a tutti gli amici che lì avrebbero lasciato o che già erano partiti.
Altri ne avrebero trovati, ma anche per chi restava non era un addio, sicuri in cuor loro, che nessuna distanza avrebbe annullato una sincera amicizia.
Arrivarono alla vecchia pianta segnata del tempo, una mano ancora strettamente intrecciata tra loro, l'altra poggiata sul tronco, a formare un cerchio, ultimo contatto con quel muto, discreto testimone e complice di quel sentimento che così forte univa i due fino a formare un cuore solo.
Era lì che era nato, si era rafforzato ed ora si consolidava nel progetto di quel viaggio.
E come un padre benedicente ora, il vecchio ulivo li stava lasciando andare per la loro strada.
Così, sicuri che non sarebbero riuscito a salutare tutti di persona, lasciarono lì il loro commiato per tutti.
Nessun nome fu pronuciato, poichè per ognuno che avessero ricordato, un altro, involontariamente, avrebbero dimenticato.
Il vecchio ulivo avrebbe, lui per tutti, raccolto il loro saluto e la loro promessa di non dimenticare.
Poi, senza fretta, tornarono in città per incotrare chi partiva con loro.
La trepidazione per la nuova avventura e un pizzico di malinconia li rendeva a tratti silenziosi o molto loquaci.
Infine si misero in cammino, la scelta era stata fatta.
La casa, in fondo, non erano le quattro mura che si lasciavano alle spalle, ma ciò che faceva battere il loro cuore.
E finchè fossero rimasti assieme, la loro dimora sarebbe stata ogni luogo e nessuno, poichè la casa era dentro di loro.
La casa erano loro.

Molte cose sarebbero a loro mancate, amici, luoghi, paesaggi.
Ma quello che chiaro appariva era solo una cosa, quando il cuore è sereno qualsiasi strada è la giusta strada...

Trasferimento

22 maggio 1456
Ma altro ancora li aspettava.
Nonostante i sacrifici fatti fino a quel momento, il lavoro ben avviato nei campi, gli animali e la nuova bottega, qualcosa di più forte li spinse a
compiere un cambiamento più drastico.
Un trasferiemento in piena regola, portandosi appresso ogni loro avere, e in compagnia di un manipolo di amici che aveva preso la stessa decisione.
Avevano sperimentato una sorta di libertà durante il loro breve viaggio, e forse fu anche quello che li spinse a compiere quel passo.
La loro nuova patria sarebbe stata la Toscana.
Anche in questo caso, come per il precedente viaggio a Spezia, senza tentennamenti, quasi inaspettatamente,e senza frappore troppo tempo, rispose di sì,
e, dovo aver accuratamente vagliato le possibilà, si risolsero per Montepulciano.

martedì 17 giugno 2008

Bottega a mezzodì


10 maggio 2008
Il pranzo era stato frugale, ma non era il cibo l'aspetto importante, era la sua presenza a renderlo speciale.
Immaginando che fosse troppo preso dall'apertura della nuova bottega di carpenteria, aveva messo in un cesto qualche frutto e la bottiglia del latte e si era recata nel quartiere degli artigiani.
La porta del retro era aperta per lasciare entrare il tepore del sole,e da lì sentiva arrivare il costante suono di una pialla al lavoro.
Il profumo del legno che le arrivava alle narici era molto gradevole, e poteva vedere piccoli mucchi di truccioli formare un soffice tappeto sul pavimento.
Si era avvicinata in silenzio per osservarlo, intento, con la passione che sempre lo contraddistingueva, al suo lavoro.
Lo guardò per un attimo, intento nel suo lavoro, la mani robuste e le braccia forti, temprate del lavoro, sagomava con precisione un pezzo di legno, mentre, per la calura del mezzogiorno qualche goccia di sudore gli imperlava il volto.
Solo la sua ombra che per un attimo aveva oscurato in parte la luce aveva annunciato la sua presenza.
Sorrideva e il suo sguardo era radioso quando disse: "Buongiorno mio signore, ho pensato di portarvi il pranzo, immaginando che foste troppo occupato per accorgervi che il campanile ha suonato il mezzodì".
Così dicendo aveva disteso un bianco canovaccio di lino su una pila di tavole di legno, iniziando a disporvi il contenuto del cesto.

Il viaggio

1-8 maggio 1456
Una mattina un pensiero si fece strada nella mente di Cicuta, che, come per ogni altra decisione o scelta da fare, ne parlò a Ronaele.
Un viaggio.
Perchè non fare un breve viaggio, raggiungere Spezia, con la scusa di commerciare frutta in cambio di pesci?
In tutta onestà già una volta era balenata simil prospettiva, ma altri tristi pensieri e latenti paure l'avevano frenata, sicchè quel mattino la proposta le venne fatta senza troppe aspettative di risposta favorevole.
Stupendo prima se stessa che lui, invece, quasi immediatamente lei accettò, lasciandolo quasi senza parole.
Così, senza troppi indugi, prepararono nel giro di qualche giorno i bagagli necessari e una tiepida mattina di maggio si ritrovarono sul sentiero che li avrebbe condotti a Spezia.
E più che un viaggio si rivelò una vacanza.
Lungo la strada, ogni passo che li conduceva sempre più lontani dalla città che fino a quel momento era stata il loro rifugio, sentivano cresce la loro energia, il loro entusiasmo.
Come due fanciulli, il cuore leggero, lontano dalle solite abitudini, senza più la necessità di tenere a freno il loro amore, nè di conservarlo quasi nascosto da occhi indiscreti, la loro serenità era tangibile.
La loro permanenza a Spezia fu gradevole, li ritemprò nello spirito, infondendo nuove energie per un passo importante che si sarebbe verificato di lì a poco.
Così, già durante il viaggio di ritorno iniziarono a fare progetti, sognando la prossima apertura della Carpenteria di Mastro Cicuta.

Passato e futuro

"Chi si volge troppo spesso al passato, non merita futuro".
Pertanto, un giorno si accorse che non aveva più importanza raccontare e ricordare il suo passato, nè ricordare i motivi che l'avevano condotta a Chiavari.
Soprattutto da che, pur senza cercarla, la gioia era tornata a dimorare in lei.
Lasciandosi alle spalle una vita che le aveva procurato spesso sofferenze, non cercava nulla,
salvo forse una libertà mai avuta e un tranquillo anonimato, serenamente pronta alla solitudine.
Ma il destino aveva riservato per lei una sorpresa, e forse proprio perchè nulla si attendeva, così tanto, inaspattatamente, aveva trovato.
Il dono più grande, il tesoro più prezioso, racchiuso gelosamente nell'unico
forziere che potesse contenerlo: il suo cuore.

Ed ora aveva capito: nessun "dove" aveva più importanza, ma solo "con chi".

Forse fu proprio grazie a questa nuova consapevolezza che da lì a qualche giorno avrebbe risposto in modo inaspettato e positivo ad una proposta di cui ancora non
poteva immaginare l'esistenza.

Due come fosse uno

Dalla notte della promessa era iniziata la loro vita assieme.
Il risveglio del mattino, accompagnato sempre da qualche tenerezza, la colazione assieme, gustanto il latte fresco delle loro mucche, la giornata
trascorsa al lavoro, accompagnata in ogni attimo dal pensiero per l'altro, e la sera, quando si ritrovavano ancora insieme al loro desco.
Si raccontavano gli eventi del giorno, poi spesso si recavano alla taverna, che quando non era il turno dell'uno lo era dell'altro.
E sempre assieme si accomiatavano dagli amici per tornare infine alla tranquillità della loro dimora. E che fossero parole, sguardi, silenzi o estasi, quello era tutto ciò di cui realmente avessero bisogno, essere l'uno la vita per l'altro.
Non avevano mai esplicitamente palesato nulla al di fuori delle mura domestiche, anche se dal limpido sguardo, dai sorrisi, dalla perenne gioia che trapelava sicuramente qualcuno doveva aver intuito qualcosa.
Il loro era un amore forte, ma mai ostentato, non per vergogna o per paura, quanto piuttosto per riservatezza.

Il miracolo si ripete


14 aprile 1456
Oramai il tempo era compiuto e nella notte molto probabilmente sarebbero nati i primi due agnellini ,Fiocco e Nuvola, come aveva deciso di chiamarli.
Così prese una coperta da casa, scrisse una breve missisa che lasciò in vista, e si recò all'ovile.
Non aveva alcuna esperienza, ma si augurava che madre natura avrebbe fatto il suo dovere senza bisogno di aiuti.
Lei sarebbe stata muta e discreta testimone dell'eterno mistero della vita, che anche la "semplice" nascita di due agnellini contribuiva a rendere un miracolo degno di nota.
Sistemò la coperta sulla paglia e si avvicinò a Claretta, la futura mamma-pecora per sussurrarle parole dolci e rassicuranti ed accarezzarle il muso.
Quindi si dispose in attesa, appoggiando la schiena alle assi dell'ovile, pronta a cogliere i segni del parto imminente.
Leggermente sopraffatta dall'emozione per calmarsi si mise a canticchiare un motivo, le cui parole, più simili ad un melisma che non ad un testo di senso compito, le infondevano un senso di tranquillità.
Le ore iniziarono a scorrere, lente e silenziose.

Le due fragili creature venneno al mondo nell'ora più buia che precede l'alba, e le lacrime le offuscarono gli occhi nel vedere di quanto amore è capace la natura. Si riscosse giusto il tempo necessario a frizionare lievemente i due agnellini aiutando Claretta nel suo lavoro liberar loro le narici perchè potessero respirare la prima aria.
Poi, constatando felice che tutto si era svolto per il meglio, si addormentò serena vicino ai tre animali.

domenica 15 giugno 2008

La promessa

Si scambiarono la promessa in una notte qualunque, senza testimone alcuno. Un notte che avrebbe segnato l'inizio di una vita assieme.
Quante volte si era aggirata attorno alla sua casa, ogni volta un po' più ardita, ogni volta un po' più vicino, solo per scrutare un fugace movimento al suo interno, nella speranza di vedere la sua ombra oscurare per un attimo il vano dela finestra.
Quella sera osò più di tutte, e fu l'inizio.
Bussò alla sua porta, un rotolo di pergamena stretto tra le mani, solo per avere una scusa scioccamente valida per esser lì a quell'ora e per giustificare il suo gesto.
Quando la porta si aprì fu difficile stabilire chi dei due fosse più emozionato, se lei paralizzata per un attimo dal suo ardire o lui nel trovarla, incurante dei pettegolezzi, davanti alla sua porta.
Qualche frase di circostanza per rompere l'imbarazzo, un bicchiere di latte offerto dall'uno e accettato dall'altra con mani tremanti.
Poteva essere passato un minuto, un'ora o una notte intera quando lui, trasudando una forte emozione, tentennando e incespicando nelle parole, con voce tremante, le chiese ciò che mai e poi mai avrebbe sperato.
Se non l'avesse sostenuta tra le sua forti braccia sarebbe sicuramente svenuta.
E quasi in un sussurro pronunciò "si, lo voglio".
Poi fu il paradiso.

Ritorno alla vita

24 marzo 1456
Non lo vide tutto il giorno precedente, e lo sconforto per la pessima impressione che doveva avegli fatto, unita all'impossibiltà di parlare, la stavano
per far crollare nuovamente.
I giorni di silenzio però le avevano infuso nuova forza, e non si lasciò abbattere da ciò che era successo.
Aveva scritto una lunga lettera che depositò dunque quel mattino davanti alla sua porta, riponendo in essa tutta le sue speranze, i suoi sogni.
Non restava altro che attendere.

Il sorriso con cui quella sera l'accolse in taverna valse più di mille parole.
Non vi erano più dubbi, e rimase senza fiato per l'emozione.

Il dì di Pasqua

23 marzo 1456
Non era così che aveva immaginato di trascorrere la Pasqua.
Con i postumi di una vergognosa ubriacatura, di cui poco ricordava, la bocca un po' impastata e un cerchio alla testa.
Era entrata in taverna, la sera prima, per salutare gli amici e fare gli auguri per la Pasqua, poche parole scambiate con i presenti, dopo di che tutto era confuso. Di sicuro, sorretta da una mano amica, era uscita dalla taverna molto, troppo in fretta e causa di una forte nausea, seguita da sguardi tra il divertito e il rimprovero, almeno così le era parso. Soprattutto di due occhi temeva il giudizio, ma non era in effetti in grado di ricordare granchè.
Dato che di lavorare non se ne parlava, e comunque era anche la domanica di Pasqua, si augurava che un po' di aria fresca le avrebbe fatto bene, così decise di andare nell'unico luogo che le desse serenità in ogni momento e circostanza.
Le campane suonavano a festa, ogni rintocco una martellata nella sua testa. Sarebbe andata a messa restando nell'ombra sul fondo della chiesa e uscendo possibilmente prima di tutti, e poi via di corsa.
Conosceva la strada anche ad occhi chiusi, perciò si incamminò, poche certezze e molte speranze, grata, ancora una volta, anche se per tutt'altro motivo, che il luogo in cui si stava dirigendo fosse isolato, poichè non aveva alcun desiderio di farsi vedere in quello stato.
Un giorno di riposo le avrebbe di certo giovato, e se la mente le si fosse un po' schiarita, ne avrebbe approfittato per scrivere anche qualche lettera.
L'aria fresca, iniziava a produrre i suoi benefici effetti, la nausea stava passando(certo tutto quell'incenso in chiesa non l'aveva aiutata),e la giornata tutto sommato si prospettava gradevole.

Ora sapeva

22 marzo 1456
Il momento era arrivato.
Quasi una sorta di illuminazione, si sentiva pronta per tornare nel mondo, e soprattutto per rivederlo.
Aveva capito, senzo dubbio alcuno che il suo cuore, la sua vita, tutto di lei apparteneva ormai a lui, e il prenderne pienamente coscienza le infuse una nuova forza e risoluzione.
Era pronta, poteva tornare alla sua vita.
Chissà che reazione avebbe avuto, quale sguardo avrebbe colto nei suoi occhi, se l'aveva davvero aspettata.
Poco più di una settimana, poteva non esser nulla come un'eternità.
Quella sera, la sera prima di Pasqua, decise che lo avrebbe atteso in taverna. Non osava bussare alla sua porta, e nonostante tutto non era consono per lei attenderlo in un luogo appartato.
Ma si sa, l'uomo pianifica e il maligno disfa. Così, senza una reale volontà, lei che era sempre molto contenuta e parca, nell'euforia ritrovarsi tra volti cari, e con la concomitanza di brindare al recente fidanzamento della cugina, si ritrovò con un bicchiere di vino di troppo in corpo.
In quel momento entrò lui.

Meditando

18 marzo 1456
Il tempo sembrava non trascorrere mai nella piccola cella, la mente sempre occupata, il cuore sempre agitato, così decise di rendersi utile aiutando le monache nel lavoro dell'orto. In fondo se le mani erano occupate la mente meno facilmete si sarebbe persa in pensieri inutili.
Non aveva comunque l'obbligo di presenziare ai pasti nel refettorio comune, pertanto spesso, almeno di giorno, si sedeva in giardino dove consumava il suo frugale pranzo nel tiepido sole marzolino.
Fermatasi dunque per consumare il suo pranzo, la schiena appoggiata ad un rugoso tronco e il tiepido sole che le accarezzava il volto, i suoi pensieri, ostinatamente, la riportavno ad un altro luogo, dove, però, da qualche giorno non osava più andare, per timore di....per timore...
Non vi era un motivo preciso che giustificasse quella sensazione, o forse si e il silezio che era calato improvviso era foriero di cattivi presagi.
Ma questo non l'avrebbe fatta desistere Sono una precisa, diretta richiesta sarebbe stata la sola cosa capace di congelare ogni cosa lì dov'e si era arrestata, poichè mai avrebbe potuto cancellare o dimenticare. Inorridiva solo al pensiero di poterlo fare e comunque sarebbe equivalso ad una menzogna che non era disposta a sopportare neppure con se stessa.

E come una marchio impresso a fuoco, richiamato dalla memoria, il solo ricordo di pochi attimi passati bastò ad imporporale le gote e ad accorciarle il respiro.

Solo una cosa era certa, non avrebbe dimenticato.

Eppure....

Ogni volta che sembrava esser sul punto di rialzare il capo per vivere finalmente serena una nuova vita, veniva assalita però dai dubbi, dalle paure, dalle incertezze.
Così, nonostante fosse andato all'appuntamento convenuto, e benchè i momenti assieme avessero sempre un che di magico, non riusciva a trovare pace dentro di sè, ed i sorrisi si mutavano spesso in lacrime.
Troppo aveva già sofferto e questo era ciò che a tratti la frenava. Stava facendo la scelta giusta o si stava nuovamente illudendo?
Per la seconda volta si convinse che occorreva un periodo di distacco, e questa volta non avrebbe desistito. Se il suo sentimento fosse restato immutato dopo quella prova che intendeva affrontare, e se in questo avesse trovato il suo amore ricambiato, allora sarebbe stato il segno che non era in errore.
Fu dunque con un peso sul cuore che decise, senza altri indugi, di ritirarsi seriamente in convento, per meditare nel silenzio e trovare le risposte di cui aveva un disperato bisogno.

Varie volte fu sul punto di rompere quella clausura che si era imposta, ma sempre, anche se con non poca fatica, riusciva a resistere.
Era qualcosa che doveva fare da sola, indagare le ragioni del suo cuore, anche se queste contrastavano le ragioni della mente.

Radiosa

14 marzo 1456
Un'unica parola, radiosa. La mattina era radiosa, la giornata sarebbe stata radiosa, perchè lei era radiosa.
Nonstante il lavoro in taverna l'avesse occupata fino a tardi e il sonno fosse stato un po' discontinuo, si era alzata presto perchè desiderava scrivere alcune lettere e soprattutto avere il tempo di preparasi senza fretta.
Non che la scelta dell'abito sarebbe stata difficile, considerato il suo scarno guardaoba, unico vezzo le sua nuove calze acquistate di recente.
Si preparò un bagno e indugiò un po' nella vasca, mentre pensava a ciò che avrebbe scritto, poi asciugatasi con cura, aprì un cassetto e tirò fuori la spazzola e lo specchio, forse il solo oggetto di un qualche valore, almeno per lei, regalo della nonna per il suo sedicesimo compleanno, e iniziò a pettinarsi. Quindi sorrise soddisfatta in risposta all'immagine che vedeva riflessa nel piccolo specchio, che infine ripose con cura al suo posto.
Finì di vestirsi, e prima di uscire affidò un paio di missive al fido Pico, il suo piccione, mentre una terza la tenne con sè.
Controllò che il gatto avesse un po' di latte, innaffiò con cura il vasetto sul davanzale, quello con quei graziosi fiorellini bianchi e infine, per l'orario che si era prefissa, uscì.
Il suo cuore, più che i suoi passi, la condussero senza esitazione alcuna in una precisa direzione.

Era radiosa.

venerdì 13 giugno 2008

Ripensamenti

12 marzo 1456
Ma infine non ebbe il coraggio di farlo, nonostante ne avesse dato comunicazione, per tema che una sua sparizione potesse venire fraintesa.
E si ritrovarono nuovamente, anche se molti erano ancora gli interrogativi, tanti i silenzi che solo raramente invero celavano qualche imbarazzo.
Più per una vaga sensazione che per una reale decisione, provò a cercarlo con meno frequenza, anche se questo comportava una sofferenza dello spirito più dolorosa che mille coltellate.
I giorni scorrevano, lenti, unico conforto la speranza di rivedere quel volto, più cercava di allontanrsi e meno ne era capace.
Al punto che, con l'approssimarsi di una particolare ricorrenza, la sola che meritasse di esser rimembrata, non riuscì ad esimersi dallo scrive una nuova missiva, ricambiando un particolare invito.
Lo avrebbe atteso là.

Sospinta dal vento

Iniziarono però tempi difficili per lei.
La coscienza, unita ad una ferrea educazione le bisbigliavano che stava sbagliando, che non era consono per lei comportarsi in siffatta maniera.
Eppure sentiva forte un sentimento sopito da tempo agitarsi in lei. Era combattuta, preda di una guerra che si svolgeva nel suo cuore, poichè invero cercava di non lasciar trapelare niente all'esterno, per non procurare una sofferenza, forse inutile, a colui che sempre più diventava il suo solo motivo di vita.
Prese dunque la difficile decisione si separarsi per qualche tempo per riflettere in tranquillità.
Per fare questo chiese ospitalità al vicino convento, dove avrebbe sicuramente avuto modo di vivere in solitudine, unico pensiero venire a patti
con la sua coscienza.
Ci ragionò su qualche giorno, continuando come nulla fosse, a svolgere il suo lavoro, nei campi come alla taverna della cugina, dove, ormai con sempre più frequenza la aiutava nella mansione di taverniera.

Oh miei sospiri ardenti


25 aprile 1456
Era da quella mattina che le risuonava i testa una melodia ed era tutto il giorno che cercava di ricodare dove, o quando l'avesse sentita. A dire il vero erano poche note, e ancor meno le parole che ricordava, ma nella sua memoria erano associate a qualcose di bello di giosioso.
Poi, quasi all'improvviso, un 'immgine prese forma e risalì alla memoria dai suoi ricordi di bambina.
C'era una fanciulla, il volto radioso, raccoglieva dei fiori, si delle margherite, e cantava con voce soave, lo sgurdo perso in qualcosa che solo lei poteva vedere.
Allora non aveva capito, non poteva, era piccola, il significato di quelle parole, ma ora, quel poco che ricordava, acquistava un valore inestimabile e tutto le fu chiaro.
Non voleva, no anzi non poteva permettere che quella melodia andasse di nuovo dimenticata, ora che si accordava così bene al suo stato d'animo, così prese carta a penna e completò di getto con parole sue, quello che la memoria non le restituiva.

O miei sospiri ardenti,
nunzi del cor, gridate,
poichè silenzio più non si addice
da che la gioia abita in me.

O miei sospiri ardenti,
nunzi del cor, gridate,
gridate voi lieta novella,
sia manifesto il mio desio.

O miei sospiri ardenti,
nunzi del cor, gridate,
dolci catene m'hanno legato,
mai prigionia più lieta fu.

O miei sospiri ardenti,
nunzi del cor, gridate,
gridate voi, gridate voi,
gridate, nunzi del cor.

Posò la penna, quasi non rilesse il suo lavoro, lo viveva, così soddisfatta e col sorriso sul volto, senza smettere di cantare, uscì nella sera e si avviò in taverna.

Era rimasto

Non aveva nulla da offrirgli, nulla chiedeva ed in cambio, senza alcuna aspettativa, era stata accettata per quello che era, semplicemente così.
Non l'aveva scacciata, anzi le era ancora più vicino.
A dimostrazione di ciò le offrì un'altra indimenticabile serata assieme, al loro vecchio ulivo.
Tutto il loro ardire non andò mai oltre un tenero, appassionato bacio, che, simile ad un tizzone ardente, ancora sentiva ardere dove si erano delicatamente posate le sua labbra.

martedì 10 giugno 2008

Amara realtà

17 febbraio 1456
Dei giorni successivi ricordava solo la sensazione incredibile di leggerezza.
Le pareva di galleggiare in un meraviglioso sogno. Le missive continuavano, gli incontri quasi rubati in taverna, dove, al pari della loro felicità, nulla o quasi trapelava tra i presenti.
Almeno così credevano lor, talmente era presi l'uno dall'altro da esser assenti ai discorsi comuni, lo sguardo perso, tra ricordi, sogni e desideri.
Invero qualcuno doveva aver colto qualcosa, ma alle domande più o meno dirette, con una classe innata sapevano rispondere, senza mentire, ma ugualemte senza nulla dire che potesse rivelare la reale identità di colui o colei che li aveva rapiti.

Ma, per una tale felicità, il destino, che sa esser generoso ed al tempo stesso crudele, le aveva riservato un'infausto destino.

Come ogni mattina ormai il suo primo pensiero appena sveglia fu di controllare se una missiva l'attendesse sotto l'uscio.
Ed era così, ma si accorse subito che la mano che l'aveva scritta e poi lasciata lì non era quella che lei si aspettava di trovare, e il sigillo sconosciuto con cui era chiusa le procurò un involontario brivido gelido lungo la schiena.
Con mani tremanti ruppe il sigillo e inizio' freneticamente a leggere.
Più leggeva e meno riusciva a dare un significato a ciò che vi trovava scritto. Quale persona maligna poteva aver redatto una tale missiva, e quale giovamento poteva trarne se non il solo, puro malvagio desiderio di ferire volontariamente un suo simile.
Davanti ai suoi occhi increduli scorreveno frasi, parole, momenti che aveva cercato di dimenticare....."...e vi ricordo che voi siete pur sempre sposata......"".....se vostro marito ha deciso di lasciarvi è stato sicuramente perchè lo meritavate""..........avreste fatto meglio a chiudervi in un convento piuttosto che scappare e trarre in inganno tanta brava gente....."" ....ho visto come vi comportate con quel povero ignaro di tutto, dovreste vergognarvi".
Accasciata sul duro pavimento non riusciva a pensare, chi poteva volerle si male e perchè, non certo qualche abitante della città che l'aveva accolta, ma chi allora.....
Gia' si rivedeva ad affrontare gli sguardi indagatori, un misto tra compassione e rimprovero, ma nulla al confronto con il dolore lancinante che subito la invase.
Il dolore che immancabilmente venne pensando a colui il quale, unico tra tanti, aveva risvegliato in lei sentimenti nuovi, lui che con la sua genuina sempicità e pazienza, senza mai chiedere nulla era stato capace di farle confessare dolori vissuti e non ancora superati e le parole che in seguito aveva pronunciato avevano stupito lei per prima.
Era stata onesta nei suoi confronti nelle cose che gli aveva detto e lui le era parso comprensivo più di quel che avrebbe potuto sperare, questo l'aveva confortata. Ma ora, ripensandoci, come poteva anche solo aver creduto per un attimo che lui avrebbe accettato e sopportato una tale privazione, un tale sacrificio?
Non aveva nulla da offrirgli, nessuna promessa da scambiarsi, nessuna speranza di semplice, meravigliosa quotidianita'. Non era degna dei suoi sentiemti che così spontanei erano sbocciati e che pure ella ricambiava.
Gettò con rabbia l'infausta lettera nel camino orami spento.
Quella pareti che che le erano parse un rifugio ora la opprimavano come una prigione, così, con le lacrime agli occhi e senza neppure curarsi di chiudere la porta, corse via, corse verso l'unico luogo che potesse minimamente confortarla.

La sera la sorprese ancora lì, scossa nel corpo dai singulti, sotto il vecchio, silenzioso ulivo, discreto come un confessore, avvolgente come l'abbraccio materno, muto testimone e complice degli attimi piu' dolci e lieti delle sua vita. Se null'altro le fosse rimasto, i ricordi, quelli non sarebbero mai venuti meno e nessuno avrebbe potuto portarglieli via.

lunedì 9 giugno 2008

Un giorno magico


14 febbraio 1456
Prima di quel giorno vi era stato solo un unico, delicato gesto, che da solo valeva più di milla parole.
Una sera nell'accompagnarla a casa, avevano fatto una deviazione per rimirare la luna che si specchiava nel calmo mare di Chiavari.
E lì, sotto il vecchio ulivo, che sarebbe diventato lo muto e silenzioso complice e testimone, la mano di lui aveva osato una lievissima
carezza, più invero il tocco fuggente di un attimo, che leggero come una piuma aveva sentito sul viso quasi come un tizzone ardente.
Subito si era ritratto, timoroso di aver osato troppo, ed il rossore che aveva colorate le loro gote li aveva momentaneamente bloccati.
Quel dolce, intenso ricordo, però aveva lasciato, un brivido al solo pensarci, e il desiderio, era un po' imbarazzata ad ammetterlo, che si ripetesse.

Quella mattina, uscendo di casa aveva trovato una missiva in cui veniva invitata a trascorrere un'intera giornata insieme, proprio nel luogo che lo avevo visto protagonista di quel gesto.
Senza esitazione alcuna si diresse al luogo convenuto, il respiro accorciato più per l'emozione che per il passo lesto, e vedendolo in attesa,
non seppe resistere dal corrergli incontro.
Le prima parole che udì uscire dalle sua labbra "..quanto siete bella.." arrivaro alle orecchie mescolate al ronzio che provava per l'emozione e il martellare del suo cuore.
Fu la prima volta che ammisero di amarsi. Ed ora nessun passato più o meno segreto contava più, da quel momento anche i silenzi avrebbero gridato che quella era la
felicità, quello era l'amore.

Tornava forse la primavera?


9 febbraio 1456
Per la prima volta da lungo tempo la sua notte non era stata bagnata da lagrime amare e singhiozzi strozzati, ma il sonno l'aveva raggiunta con il sorriso sulle labbra.
Ora, al sorgere del nuovo sole, si domandava se i suoi ricordi fossero frutto della sua immaginazione e se la memoria non si burlasse di lei.
Eppure no, poteva ancora sentire risuonare in lei quelle parole sussurrate, quasi che un tono piu' alto sarebbe risultato falso. E sentiva dentro il suo animo che non nascondevano menzogna, ma erano lo specchio di una dolcezza di cui nessuno fino ad ora l'aveva mai fatta oggetto.
Si era ingannata, in passato, ed era stata inganata, ed ancora portava dentro di se' cicatrici indelebili e dolorose, ma il suo cuore, seppur lacerato, bramava rinascere a nuova vita.
Non se ne era ancora mai resa conto, ma ora non poteva negare a se stessa che la primavera bussava nuovamente alla sua porta, dopo un inverno durato anche troppo.
Si augurava, con ogni fibra del suo essere, che, proprio come quando si dismettono gli abiti caldi dell'inverno poichè le rondini sono tornate e le gemme sbocciano sui rami, un'impovvisa gelata, ultimo sussulto della buia stagione, puo' compromettere il futuro raccolto, anche a lei non toccasse simil sorte.
I fantasmi sarebbero ancora tornati a farle visita, questo lo sapeva, ma ora poteva almeno sperare che sarebbero stati meno frequenti e via via piu' sbiaditi, nella misura in cui il suo cuore faceva spazio ad un nuovo ospite ben piu' gradito.

C'era ancora una cosa che avrebbe dovuto fare, ma, lo ammetteva, un po' vigliaccamente sperava di poter rimandare ancora qualche tempo l'inevitabile.
Non voleva permettere al sospetto di scalfire la fiducia che si andava creando, e pur sapendo che avrebbe accettato le conseguenza della sua confessione, qualunque esse potessero essere, si augurava che quel momento le fosse risparmiato ancora per qualche tempo. Avrebbe forse significato perdere il tesoro appena trovato, di questo ne era conscia, ma quello che aveva ricevuto era ben piu' di cio' che potesse sperare, il resto era nelle mani della Provvidenza.

Solo non era ancora pronta.

Amore nascente

4-14 febbraio 1456
Nel frattempo le missive tra Cicuta e Ronaele continuvano con un'intensità sempre maggiore.
Crucci o preoccupazioni venivano condivisi e in tal senso alleggeriti, ma anche un senso di vicinanza, un legame che si fortificava,
tanto più che nessuno dei due sembrava conscio di ciò che stava accedendo.
Vi era una predisposizione naturale di entrambi all'ascolto dell'altro, senza desiderio di prevaricare, una comprensione che aveva
un che di magico, nella semplicità con cui aumentava di giorno in giorno.
Non vi erano forzature, note stridenti o malsana curiosità di carpire segreti che ognuno si sforzava di tener celati nel proprio animo.
Ma proprio per la pazienza e la tranquillità che pervadeva ogni loro incontro, induceva entrambi, ogni volta un po' di più, a rivelare
qualcosa di sè, per il naturale desiderio e bisogno di trovare un confidente adeguato per le pene che si portavano appresso.
Quasi un balsamo per lenire vecchie ferite, le cui cicatrici sarebbero si rimaste, ma forse un po' meno evidenti e appena un po' meno
pungenti.

Misto alla paura di lasciarsi andare, ma senza potersi in alcun modo oppore, il sentimento nato cresceva ad ogni incontro, ogni missiva.
La riservatezza, la timidezza ogni volta concedevano appena qualcosa in più, anche se nulla osavano più di qualche sguardo rubato in taverna
o di una passeggiata nella notte con la scusa di non rientrare a casa da soli.
Come un corso d'acqua che non trova impedimenti sul suo cammino, così giorno dopo giorno si scoprirono innamorati l'uno dell'altro, alimentando
l'uno nel cuore dell'altro quel sentimento d'amore che avevano, ognuno per le sue ragioni, cercato di sopprimere. Invano.

L'alba

4 febbraio 1456 alba
La notte era finalmente giunta al termine e l'alba ridisegnava i contorni del mondo.
I "mostri" che per tutta la notte l'avevano circondata tornaro ad essere semplicemente ciò che erano: grilli, topi, scoiattoli....
La paura svaniva, lasciando il posto ad una pizzico di orgoglio per ciò che si era imposta di fare e che era riuscita a portare a termine. Poca cosa magari agli occhi degli altri, ma per lei voleva dire molto. Un altro tassello era stato aggiunto alla sua nuova vita che stava cambiando e a quanto pareva decisamente in meglio.
Ora poteva andare a dormire, più serena, la vita continuava a scorrere e lei ne era parte.

Il suo turno nella guardia cittadina

3 febbraio 1456
Era già sveglia nel suo letto, quando un lieve tramestio di passi la riscosse dai suoi pensieri, poi un paio di colpi decisi all'uscio e la voce di messer Donmatteo che le ricordava il suo turno nella guardia volontaria.
Rispose prontamente nonostante il cuore che le martellava nel petto per quello che la aspettava.
Una rinfrescata al viso, una ciotola di latte al suo piccolo ospite a quattro zampe(il piccolo micio Grisù), una giacca troppo grande per lei presa a prestito per riparasri dal vento impertinente che si insinuava sotto gli abiti leggeri, un frutto nella scarsella, e, curiosa parodia di un soldatino, si era recata all'adunata.
Ostentava più coraggio di quello non sentisse, e rispose con voce tremante all'appello, giustificandola con il freddo mattutino.
Si sentiva un po' ridicola in quel gruppo eterogeneo, sicuramente la meno preparata, tutto quello che poteva fare era aggiungere un paio di occhi che osservassero facce sconosciute o movimenti sospetti, non certo combattere. E si augurava che la Provvidenza divina li avrebbe assistiti nell'evitar loro scontri armati, tanto più che l'unica arma che posseddesse lei potevano al massimo essere gambe veloci e urla assordanti.
Pochi sembravano i cittadini consci di quale onere i pochi si erano assunti per il bene di tutti, ma non mancarono sorrisi di incoraggiamneto e sguardi riconoscenti che lesse sui volti degli amici che via via incontrava lungo la ronda.
Era l'approssimarsi della notte che la spaventava di più però, allorchè il gruppo non sarebbe più stato compatto, ma ad ognuno sarebbe stato assegato un posto di osservazione.
Poca cosa sarebbe stata, ma sperava che le fosse assagnato il posto a nord, lo stesso che qualche sera prima era toccato a Cicuta, scoperto quasi per caso, o per gioco, quando per distrarlo gli aveva preso l'immancabile sua penna e sul foglietto che assiduamente scribacchiava vi aveva disegnato una faccina sorridente. Da lì poteva vedere anche la sua modesta casa, così, se le fosse toccato quel posto avrebbe potuto passare da casa per accendere il piccolo lume che ormai come un rito lasciava acceso ogni notte. Vederlo dalla sua postazione l'avrebbe fatta sentire un po' meno sola.
Ovvio che qualunque posto le avessero assegnato non si sarebbe tirata indierto avrebbe fatto del suo meglio per proteggere il sonno dei suoi concittadini, anche di quelli che sembravao non dimostrare alcuna gratitudine.
Cercando di conservare la mente lucida, allontanando il sonno e concentrandosi su pensieri positivi si appostò nell'approssiamarsi della sera, in attesa della notte, che sarebbe arrivata sì presto.

Fantasmi

1 febbraio 1456
Ma come spesso accade, dopo un lieto accadimento, giunge più lancinante un dolore che si sperava ormai sopito, anche se mai dimeticato.

Era ormai notte fonda quando si era finalmente coricata, ma stentava a prender sonno, e questa volta neanche il piccolo lume che ormai d'abitudine lasciava acceso riusciva a scacciare la gravosa compagnia della solitudine.
Era diventato un appuntamento fisso il ritrovarsi alla taverna dove discosi seri si mescolavano con facilita' a battute scherzose, rese via via piu' maliziose in proporzione diretta alla quantita' di alcool assunto, un'abitudine che riempiva le sere altrimenti trascorse a rivivere il passato.
Purtroppo quella sera non era riuscita a nascondere del tutto un breve attimo in cui una nuvola scura le era calata sugli occhi altrimenti limpidi, qualcuno se ne era accorto, ma per evitare di rispondere a domande per lei imbarazzanti, aveva prontamente cambiato discorso adducendo come scusa per il momentaneo rabbuiamento la preoccupazione per il turno che le sarebbe toccato il giorno dopo nelle guardia cittadina volontaria (ancora non poteve sapere che il suo turno sarebbe slittato per assenza di volontari).
Quella notte sentiva piu' pungente il dolore per la famiglia lontana, pur se qui ne aveva trovata una al pari generosa e accogliente.
Tanto valeva, non riuscemdo a prender sonno, che scrivesse una missiva per avere notizie dei genitori e del amato fratello che tanto le mancava, e a lungo ristette con la penna in mano indecisa se porre una dolorosa domanda ad un interrogativo che ancora tanto, troppo, la tormentava.
Ma in fondo perchè rattristare ancora un'altra volta i suoi cari, per qualcosa oltretutto a cui non si poteva porre rimedio, e poi ormai la sua decisione era presa, non aveva senso tornare indietro e il suo orgoglio comunque le impediva di farlo.
Aveva la coscienza pulita, o almeno così sperava e cercava di convincersene ogni giorno un po' di piu', e poi dove stava ora, questa liberta' ritrovata, o meglio assaporata per la prima volta, dava un gusto alla vita mai provato prima.
Ecco era questo che doveva dire ai suoi genitori, che sentiva la loro mancanza, ma che in fondo era felice e orgogliosa della piega che aveva preso al sua vita....quando ci è preclusa una strada è perchè sicuramente il destino ha in serbo qualcosa di meglio per noi....e per ora i presupposti erano buoni.
E con il cuore rasserenato riuscì finalmente a prender sonno.

Il casato


Avvenne all'incirca negli stessi giorni.
Lontana dalla sua famiglia, si trovava ora in mezzo a nuovi amici, tutti molto cordiali e ben disposti a accoglierla nella loro cerchia.
Due volti in particolare attirarono la sua attenziome, due volti che parevano uno, dacchè si trattava di due sorelle gemelle.
Parlavano toscano, e già questo la indusse ad avvicinarsi (suo marito era toscano, meglio dire il suo ex-marito).
Ma qualcos'altro le tornò alla memoria, racconti di quando era piccina, di una nonna amorevole, e che all'epoca credeva fossero solo belle fiabe
narrate per conciliare il sonno. Ora invece quei racconti avevano un senso, seppur con tante lacune e alcuni voli di fantasia.
La nonna paterna,in gioventù, era invero stata a servizio presso un casato toscano, e dei toscani aveva conservato un vago accento, che ora,
sentendo le due ragazze discorrere, ritornava a galla.
Vincendo un'iniziale timidezza, si era infine decisa ad avvicinarsi, iniziando a parlare. Venne così a scoprire che Annina e Kikka Pucci Guerra
erano nipoti della matriarca del casato Arcandia Pucci Guerra (chiamata in famiglia Arcanine), per la quale sua nonna aveva lavorato.
Spinta dalle pressioni delle due sorelle, ma soprattutto desiderosa di avere dei legami forti che poterssero in qualche modo colmare il vuoto che ora provava
aveva acconsentito a presentarsi al palzzo Pucci Guerra per un colloquio con lady Arcadia.
La proverbiale simpatia dei toscani,la schiettezza, il calore umano che vi aveva ravvisato, infine la sua umile richiesta di essere accolta quale dama di compagnia,
e prima ancora di rendersene conto, si ritrovò in seno alla nuova famiglia. Praticamente da subito la zia Arcanine ("non chiamatemi lady Arcadia, siete della
famiglia ora, per voi ora sono la zia Arcanine") le aveva permesso di fregiarsi del cognome Pucci Guerra, considerando come cugini i componenti
della numerosa famiglia.
Credendo di aver perso una famiglia, ora, con suo grande stupore, si ritrovava ad averne due, ugualmente care, che l'avrebbero protetta ed aiutata in
qualsiasi situazione. Con questo pensiero nel cuore si disse che in fondo non tutti i mali giungono per nuocere, e ciò che ci viene tolto da una parte
in qualche modo ci torna restituito e duplicato per altra via.

domenica 8 giugno 2008

Nei giorni seguenti

Era iniziato, con una naturalezza mai pensata, un piacevole scambio di missive con messer Cicuta.
Ringraziamenti per esser stata accompagnata a casa all'uscita dal tepore della taverva, immergendosi nel freddo pungente della notte, scambio di consigli sulla coltivazione del campo (entrambi avevano un campo di mais), premure nell'offrire supporto nel timore di tempi poco sereni (correvano voci che vi fossero briganti e ladroni pronti ad assaltare la città), e sempre un aleggiare di sentimenti nobili e di animo puro.
Il più delle volte, in taverna, in mezzo al vociare rumoroso degli altri avventori, restavano immersi nei loro pensieri, per riscuotersi invero al suono di una voce gentile che si informava della giornata che volgeva al termine.
Una sera, tra il trmbusto generale riguardo all'assegnazione dei turni volontari per la guardia cittadina ( a cui entrambi, con spirito altruistico avevano aderito), messer Cicuta, immancabile foglietto alla mano, scribacchiava assorto.
Notando quanto fosse lontano coi pensieri, per cercare di richiamarlo indietro, in un attimo di distrazione, gli sfilò la penna di mano e disegnò una faccina sorridente sul foglio già pieno di segni e linee.
L'uomo si riscosse, iniziando a parlare quasi da solo, sostenendo che l'idea scaturita da quel buffo gesto fosse pari ad un'illuminazione, lasciando comunque affiorare sul suo viso un sorriso misto ad un vago rossore.
Ristettero lunghi istanti guardandosi timidamente, per poi ricomporsi velocemente, quasi col timore che lasciando trasparire un segno di reciproca simpatia, il muro dietro cui si erano barricati potesse crollar loro rovinosamente addosso, creando chissà quali ulteriori ferite.
Che ancora le precedenti non erano guarite, e se mai lo fossero state avrebbero lasciato cicatrici assai profonde.

Tornare a casa


29 gennaio 1456
Si erano incontrati in taverna,in mezzo agli amici, alle chiacchiere di fine giornata, quando la schiena duole per il duro lavoro, ma lo spirito reclama la sua parte per cancellare la fatica e vedere visi amici che ti sorridono nonostante la stanchezza.
Lei aveva gia' notato altre volte il suo restare assorto in mezzo ad una conversazione, il suo sguardo a volte perso nel nulla o quel suo scribacchiare su pile di foglietti che sempre si portava dietro.
Poi qualche bevuta, le risate, le battute benevole sui presenti e a volte anche sugli assenti, amici che entrano, amici che escono e il tempo era volato via.
La testa le girava un po', forse una birra di troppo, e il campanile aveva suonato le 11, era ora di rientrare, il campo l'indomani non avrebbe aspettato.
Quasi da sole le parole le erano uscita di bocca :"Messer Cicuta, vorreste essere cosi' gentile da riaccompagnarmi a casa? non mi sento molto sicura."
E lui aveva accettato, ben sapendo che quell'innocente gesto gentile poteva venir frainteso dagli altri avventori li' presenti, ma la generosita' non si lascia intimorire da tali piccole cose e così erano usciti assieme nella fresca notte.
Lungo il tragitto qualche frase a mezza voce per non svegliare chi gia' dormiva nelle casa vicine, ma piu' che altro silenzi, chi ha patito per causa d'altri si riconosce pur senza parlare, ma il conforto in tali circostanze non richiede parole.
Arrivati all' uscio di casa un semplice grazie e l'augurio di una notte serena, sgorgati dal cuore e dal cuore accolti.
Si coricò serena, la testa leggera, per l'effetto di qualche birra, ma forse non solo per quello.
Addormentandosi seppe che per quella notte almeno, nessun pensiero cupo avrebbe turbato il suo sonno, per il momento non osava chieder di più al fato.

Così ebbe inizio la storia




Ronaele ebbe i natali a Torino, in una modesta famiglia di artigiani,e trascorse la sua infanzia e giovinezza tra il focolare domestico e l'apprendimento delle arti femminili e l'assidua frequentazione della chiesa e l'aiuto ai piu' bisognosi.

Si sposò per amore, ma venne ricambiata con tradimenti e menzogne allorche' venne a sapere che suo marito aveva gia' una prima moglie abbandonata quando si stanco' di lei.

Subì la stessa sorte, abbandonata anch'essa per un altra donna, seppur non nobile,ma pur sempre si altro lingaggio e ricca famiglia. Così, ingoiando l'orgoglio dovette tornare nella sua casa natale.

La sua famiglia l'accolse nuovamente in seno, ma le impose una clausura forzata nel focolare domenstico, nella vana e ingenua speranza di salvarla dalla maldicenza e dalla falsa compassione della gente.

Quell'amorevole prigionia pero' mal si addiceva al suo spirito solare, sicchè la vergogna pur senza la colpa e il desiderio di un futuro piu' roseo acuirono il suo coraggio e le infusero la forza di abbandonare l'amata famiglia e la sua città.

Giunse a Chiavari in pieno inverno, era il 10 gennaio 1456, dove trovò un clima che prima di allora aveva sentito, non avendo mai in vita sua oltrepassato il Po, e basto' l'assenza delle nebbie piemontesi e l'accoglienza dei cittadini a farle sperare che lì avrebbe potuto rifarsi una semplice vita, seppur nella solitudine del cuore.

Le giornate iniziarono così a susseguirsi l'una all'altra, lunghe e faticose, ma pur sempre in suo possesso, dacchè non doveva render conto a nessuno, se non a se stessa, delle sua azioni. E il sopraggiungere della sera la trovava stanca del duro lavoro, ma soddisfatta e orgogliosa per ciò che aveva avuto il coraggio di fare: lasciare tutto nella prospettiva di una vita nuova e felice della libertà acquisita.