martedì 10 giugno 2008

Amara realtà

17 febbraio 1456
Dei giorni successivi ricordava solo la sensazione incredibile di leggerezza.
Le pareva di galleggiare in un meraviglioso sogno. Le missive continuavano, gli incontri quasi rubati in taverna, dove, al pari della loro felicità, nulla o quasi trapelava tra i presenti.
Almeno così credevano lor, talmente era presi l'uno dall'altro da esser assenti ai discorsi comuni, lo sguardo perso, tra ricordi, sogni e desideri.
Invero qualcuno doveva aver colto qualcosa, ma alle domande più o meno dirette, con una classe innata sapevano rispondere, senza mentire, ma ugualemte senza nulla dire che potesse rivelare la reale identità di colui o colei che li aveva rapiti.

Ma, per una tale felicità, il destino, che sa esser generoso ed al tempo stesso crudele, le aveva riservato un'infausto destino.

Come ogni mattina ormai il suo primo pensiero appena sveglia fu di controllare se una missiva l'attendesse sotto l'uscio.
Ed era così, ma si accorse subito che la mano che l'aveva scritta e poi lasciata lì non era quella che lei si aspettava di trovare, e il sigillo sconosciuto con cui era chiusa le procurò un involontario brivido gelido lungo la schiena.
Con mani tremanti ruppe il sigillo e inizio' freneticamente a leggere.
Più leggeva e meno riusciva a dare un significato a ciò che vi trovava scritto. Quale persona maligna poteva aver redatto una tale missiva, e quale giovamento poteva trarne se non il solo, puro malvagio desiderio di ferire volontariamente un suo simile.
Davanti ai suoi occhi increduli scorreveno frasi, parole, momenti che aveva cercato di dimenticare....."...e vi ricordo che voi siete pur sempre sposata......"".....se vostro marito ha deciso di lasciarvi è stato sicuramente perchè lo meritavate""..........avreste fatto meglio a chiudervi in un convento piuttosto che scappare e trarre in inganno tanta brava gente....."" ....ho visto come vi comportate con quel povero ignaro di tutto, dovreste vergognarvi".
Accasciata sul duro pavimento non riusciva a pensare, chi poteva volerle si male e perchè, non certo qualche abitante della città che l'aveva accolta, ma chi allora.....
Gia' si rivedeva ad affrontare gli sguardi indagatori, un misto tra compassione e rimprovero, ma nulla al confronto con il dolore lancinante che subito la invase.
Il dolore che immancabilmente venne pensando a colui il quale, unico tra tanti, aveva risvegliato in lei sentimenti nuovi, lui che con la sua genuina sempicità e pazienza, senza mai chiedere nulla era stato capace di farle confessare dolori vissuti e non ancora superati e le parole che in seguito aveva pronunciato avevano stupito lei per prima.
Era stata onesta nei suoi confronti nelle cose che gli aveva detto e lui le era parso comprensivo più di quel che avrebbe potuto sperare, questo l'aveva confortata. Ma ora, ripensandoci, come poteva anche solo aver creduto per un attimo che lui avrebbe accettato e sopportato una tale privazione, un tale sacrificio?
Non aveva nulla da offrirgli, nessuna promessa da scambiarsi, nessuna speranza di semplice, meravigliosa quotidianita'. Non era degna dei suoi sentiemti che così spontanei erano sbocciati e che pure ella ricambiava.
Gettò con rabbia l'infausta lettera nel camino orami spento.
Quella pareti che che le erano parse un rifugio ora la opprimavano come una prigione, così, con le lacrime agli occhi e senza neppure curarsi di chiudere la porta, corse via, corse verso l'unico luogo che potesse minimamente confortarla.

La sera la sorprese ancora lì, scossa nel corpo dai singulti, sotto il vecchio, silenzioso ulivo, discreto come un confessore, avvolgente come l'abbraccio materno, muto testimone e complice degli attimi piu' dolci e lieti delle sua vita. Se null'altro le fosse rimasto, i ricordi, quelli non sarebbero mai venuti meno e nessuno avrebbe potuto portarglieli via.

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