domenica 8 giugno 2008

Nei giorni seguenti

Era iniziato, con una naturalezza mai pensata, un piacevole scambio di missive con messer Cicuta.
Ringraziamenti per esser stata accompagnata a casa all'uscita dal tepore della taverva, immergendosi nel freddo pungente della notte, scambio di consigli sulla coltivazione del campo (entrambi avevano un campo di mais), premure nell'offrire supporto nel timore di tempi poco sereni (correvano voci che vi fossero briganti e ladroni pronti ad assaltare la città), e sempre un aleggiare di sentimenti nobili e di animo puro.
Il più delle volte, in taverna, in mezzo al vociare rumoroso degli altri avventori, restavano immersi nei loro pensieri, per riscuotersi invero al suono di una voce gentile che si informava della giornata che volgeva al termine.
Una sera, tra il trmbusto generale riguardo all'assegnazione dei turni volontari per la guardia cittadina ( a cui entrambi, con spirito altruistico avevano aderito), messer Cicuta, immancabile foglietto alla mano, scribacchiava assorto.
Notando quanto fosse lontano coi pensieri, per cercare di richiamarlo indietro, in un attimo di distrazione, gli sfilò la penna di mano e disegnò una faccina sorridente sul foglio già pieno di segni e linee.
L'uomo si riscosse, iniziando a parlare quasi da solo, sostenendo che l'idea scaturita da quel buffo gesto fosse pari ad un'illuminazione, lasciando comunque affiorare sul suo viso un sorriso misto ad un vago rossore.
Ristettero lunghi istanti guardandosi timidamente, per poi ricomporsi velocemente, quasi col timore che lasciando trasparire un segno di reciproca simpatia, il muro dietro cui si erano barricati potesse crollar loro rovinosamente addosso, creando chissà quali ulteriori ferite.
Che ancora le precedenti non erano guarite, e se mai lo fossero state avrebbero lasciato cicatrici assai profonde.

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